A Capera

Napoli è morta? No. Napoli è più viva che mai

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Tarantella

Napoli è morta? no, si trasforma, cambia pelle, trova nuove strade con fatica ma sempre con quell’arte dell’arrangiarsi che è nel nostro DNA (Totò lo disse meglio di tutti nel film Arrangiatevi).

Quartieri Spagnoli

Prima Politico.eu con Martina Sapio, poi Gambero Rosso con Maria Sole Betti, e infine quel vecchio post di Milano Segreta che gira da qualche mese: tutti parlano di una Napoli “morta” per l’overtourism.

Io dico no: Napoli non è morta. Napoli si è adattata.
Il turismo internazionale ha finalmente scoperto la città. La politica locale? Ha solo raccolto applausi e meriti senza un piano vero (vero, Luigi De Magistris?).
E allora cosa hanno fatto i napoletani? Quello che fanno da 2500 anni: hanno preso una città sfregiata, umiliata e dimenticata da una Nazione che non è mai stata unita, e l’hanno trasformata in opportunità.

Dopo anni in cui parlavate di Napoli solo per i record sulla disoccupazione o per l’emergenza rifiuti o per il ladruncolo di strada oggi, chi aveva un basso con 5 figli, l’ha trasformato in un B&B. Chi non aveva forza o coraggio ha venduto (spesso per due soldi) ed è andato in periferia.
È vero, il centro storico è cambiato. È vero, la genuinità si è spostata in periferia. Ma di chi è la colpa? Del napoletano che prova a migliorarsi, o dello Stato che ci ha sempre lasciato soli?

Politica assente, trasporti ridicoli

Domanda: perché i B&B sono solo nel centro e non anche in periferia?
Ecco una risposta (una delle tante): i trasporti.
Se la Cumana e la Flegrea chiudono alle 21.35, come si può chiedere a un turista di rientrare a Pianura, Soccavo, Fuorigrotta o a Bagnoli e lasciare il Centro Storico alle 21?.

Cibo contro cultura? Non scherziamo

Gambero Rosso e Milano Segreta parlano di neofoodication (le aziende del Food che prendono il posto delle piccole realtà di quartiere. Parlano delle file per la “limonata a cosce aperte”, la pizza fritta, il fiocco di neve, mentre al Cristo Velato e al MANN si entra senza coda.

Ma ditemi: quando andate a Madrid, oltre al Prado, il Palazzo Reale, non mangiate la Paella? A Barcellona non vi fermate per la Sangria dopo Gaudí? A Vienna o Budapest non assaggiate il Gulasch? E in Germania? Birra a fiumi. In Olanda? Fumo libero. In Francia e in Inghilterra? Tutti in fila da McDonald’s o Starbucks.

E allora perché a Napoli non dovremmo mostrare al mondo la nostra cultura gastronomica insieme alla nostra arte millenaria?
E anzi, con un poco di sana CAZZIMMA Partenopea vi dico
Mica è colpa nostra se, insieme al Cristo Velato e al MANN, noi facciamo assaggiare:

  • la pizza napoletana
  • la pizza fritta
  • la genovese
  • il ragù
  • il babà
  • la sfogliatella
  • zeppole e panzarotti
  • lo street food più antico del mondo
  • lo spaghetto alle vongole
  • e via così, senza limiti.

Imparassero a cucinare, prima di puntare il dito.

Napoli vi dà fastidio

La verità è semplice: Napoli vi dà fastidio.
Fastidio nei suoi successi, fastidio perché oggi è il brand più forte d’Italia, fastidio perchè ora comincia a comandare anche il calcio, fastidio perché è viva quando la volevate morta.
E guarda caso, a scrivere che “Napoli è morta” non è lo straniero, ma l’italiano. Perché? Perché l’invidia è tutta nostra, interna, e si sente forte.

Napoli fa impresa, Napoli si reinventa. Napoli non vuole più essere la capitale dimenticata: vuole essere un punto di riferimento nel mondo.
E ricordatevi che qui è nata la civiltà moderna, e qui è nata la prima università laica del mondo.

Napoli risponde col sorriso e col veleno

La volevate morta, e invece Napoli vi fa morire, si di collera e invidia.
Negli stadi incitate il Vesuvio? Noi trasformiamo il vostro odio in un coro di gioia. Ancora una volta vi prendiamo in giro, vi usiamo come sceneggiata, vi ribaltiamo come Pulcinella fa da secoli.

E mentre scrivete editoriali sulla “Napoli morta”, ricordate una cosa:
il 21 dicembre 2025 Napoli compie 2500 anni.
Una città che muore da 25 secoli… senza mai morire davvero.

Napoli è viva. E voi, questa cosa, NON LA REGGETE.

Livio Olino

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