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Varenne, addio al Capitano: il cavallo che ad Agnano mi fece scoprire l’ippica

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Varenne, addio al Capitano il cavallo che ad Agnano mi fece scoprire l’ippica
Varenne e il suo legame con l'Ippodromo di Agnano a Napoli
Napoli · Memoria · Ippica

Varenne,
addio al Capitano

Il cavallo che ad Agnano mi fece scoprire l’ippica e che, ventisei anni dopo, continua a riportarmi al ragazzo che ero nel 2000.

18 agosto 2026 Storia di Napoli Memoria personale

Oggi, quando ho letto che Varenne è morto, il primo pensiero non è andato ai suoi record, alle vittorie in giro per il mondo o a tutto quello che questo straordinario cavallo ha rappresentato per l’ippica italiana. Sono tornato indietro di ventisei anni, al 2000, quando avevo 23 anni e Varenne mi fece scoprire uno sport che fino a quel momento conoscevo appena.

È strano accorgersi di quanto un campione possa diventare parte della nostra memoria personale: ricordi lui, ma insieme a lui ricordi inevitabilmente chi eri tu in quel momento, gli anni che avevi, il modo in cui guardavi il mondo e quella prima emozione che, senza saperlo, avrebbe acceso una curiosità destinata ad accompagnarti negli anni successivi.

Per me Varenne è stato questo. Prima di lui sapevo naturalmente dell’esistenza dell’ippica e conoscevo l’Ippodromo di Agnano, uno di quei luoghi che fanno parte della geografia e della storia di Napoli anche per chi non ha mai seguito una corsa. Ma tra sapere che esiste uno sport e cominciare a sentirne il fascino c’è una differenza enorme.

Varenne riuscì a colmarla. Mi fece guardare le corse in maniera diversa, mi fece incuriosire, mi fece scoprire cosa ci fosse dietro quei pochi minuti trascorsi in pista e, soprattutto, riuscì a fare con me quello che fece con tantissimi italiani in quegli anni: portare l’ippica fuori dal recinto degli appassionati e trasformarla, almeno per qualche stagione, in qualcosa che riguardava tutti.

Il mio primo incontro con il Capitano 2000

Avevo 23 anni.

Fu Varenne a farmi guardare davvero l’ippica per la prima volta. E quella curiosità nacque proprio ad Agnano.

Agnano · 7 maggio 2000

Il 2000, Agnano e l’inizio di un legame speciale

Il 7 maggio 2000 Varenne arrivò al Gran Premio Lotteria di Agnano e quella giornata sarebbe diventata una delle pagine fondamentali del suo rapporto con Napoli. Aveva già dimostrato di essere un cavallo fuori dal comune, ma ad Agnano accadde qualcosa che andava oltre il risultato sportivo: vincendo batteria e finale, riportò un cavallo italiano sul gradino più alto del Lotteria dopo un’attesa che durava dal 1963.

Erano trascorsi trentasette anni e, in una città che sa trasformare lo sport in racconto collettivo, quella vittoria non poteva rimanere semplicemente una riga negli almanacchi.

Io avevo 23 anni e fu proprio Varenne ad avvicinarmi realmente a quel mondo. Non ero un esperto di trotto e forse proprio per questo la sensazione che ricordo è ancora più significativa: non serviva conoscere ogni dettaglio tecnico per capire che si stava guardando qualcosa di eccezionale.

C’erano la potenza, l’eleganza, la continuità impressionante dei risultati e quella capacità, propria soltanto dei grandissimi campioni, di farsi riconoscere anche da chi non possiede ancora gli strumenti per spiegare tecnicamente ciò che sta vedendo. Da lì cominciai a seguire l’ippica con un interesse che prima non avevo, imparando progressivamente nomi, corse e luoghi che fino a poco tempo prima non avrebbero significato molto per me.

È forse questo uno dei meriti più grandi di Varenne e quello che le statistiche, da sole, non riusciranno mai a raccontare. Il Capitano non si limitò a vincere: fece conoscere l’ippica a una generazione di persone che probabilmente non si sarebbe mai avvicinata a quel mondo senza di lui.

Accade raramente che un atleta diventi più famoso della disciplina alla quale appartiene, ma per qualche anno in Italia successe esattamente questo. Anche chi non seguiva il trotto conosceva Varenne, aspettava le sue grandi corse, sentiva parlare del Prix d’Amérique, dell’Elitloppet, del Lotteria. Era diventato un personaggio popolare senza smettere, naturalmente, di essere un cavallo da corsa.

Varenne all'Ippodromo di Agnano durante gli anni della sua leggenda napoletana
Gran Premio Lotteria

Ad Agnano non arrivò soltanto un campione. Arrivò il Capitano.

Napoli lo adottò

Varenne non era nato a Napoli, ma Napoli lo adottò

Varenne nacque il 19 maggio 1995 a Copparo, in provincia di Ferrara, nell’allevamento di Zenzalino. Sarebbe quindi sbagliato provare ad attribuirgli origini napoletane che non aveva. Ma Napoli possiede da sempre una particolare capacità di costruire appartenenze che non dipendono esclusivamente dal luogo di nascita: esistono persone, artisti e campioni che arrivano da altrove e che, dopo aver condiviso con la città qualcosa di irripetibile, finiscono per entrare nella sua memoria. Con Varenne accadde esattamente questo.

Il rapporto si consolidò negli anni immediatamente successivi. Dopo la vittoria del 2000, il Capitano tornò ad Agnano nel 2001 e vinse nuovamente il Lotteria. Poi si ripresentò nel 2002 e fece qualcosa che nessun cavallo era mai riuscito a fare prima: conquistò il Gran Premio per la terza volta consecutiva.

Il Capitano ad Agnano

Tre anni. Tre Lotteria. Una leggenda.

2000

La prima vittoria

Varenne vince batteria e finale e riporta un cavallo italiano al successo nel Gran Premio Lotteria dopo trentasette anni.

2001

Il bis

Il Capitano torna sulla pista napoletana e conquista nuovamente il Lotteria.

2002

La terza consecutiva

Varenne completa un’impresa mai riuscita prima: tre Gran Premi Lotteria consecutivi.

Tre edizioni, tre vittorie, dal 2000 al 2002, in un ippodromo che in occasione dei suoi trionfi arrivò a registrare circa 25.000 presenze. Sono numeri che oggi possono sembrare appartenere a un’altra epoca dell’ippica, ma spiegano perfettamente quale fosse la dimensione raggiunta da Varenne e quale rapporto si fosse creato tra quel cavallo e il pubblico napoletano.

Dietro quel legame c’era anche una storia profondamente napoletana. Uno dei proprietari che più di tutti ha legato il proprio nome a Varenne fu Enzo Giordano, imprenditore napoletano che aveva creduto nel cavallo quando la leggenda doveva ancora essere scritta.

E poi c’era naturalmente Giampaolo Minnucci, il driver che nell’immaginario collettivo sarebbe diventato quasi inseparabile dal Capitano. Guardando Varenne correre si finiva inevitabilmente per osservare anche quell’intesa: non una semplice relazione tra cavallo e guidatore, ma una conoscenza costruita attraverso allenamenti, corse, errori, vittorie e migliaia di chilometri percorsi insieme.

Varenne, uno dei più grandi trottatori della storia dell'ippica mondiale
Varenne trasformò il trotto in un fenomeno capace di raggiungere anche chi non aveva mai seguito l’ippica.
Dall’Italia al mondo

Da Agnano al mondo: quando un trottatore italiano diventò il migliore

Limitare Varenne alle vittorie napoletane sarebbe però ingiusto nei confronti della dimensione mondiale raggiunta dalla sua carriera. Il suo palmarès racconta uno dei periodi più straordinari mai vissuti da un trottatore: vinse il Derby italiano del trotto, conquistò due volte il Prix d’Amérique a Vincennes, trionfò nell’Elitloppet di Stoccolma e nella Breeders Crown negli Stati Uniti, oltre naturalmente ai tre Lotteria consecutivi di Agnano.

Nel 2001 riuscì addirittura a mettere insieme, nella stessa stagione, Prix d’Amérique, Lotteria, Elitloppet e Breeders Crown, portando l’ippica italiana ai vertici internazionali.

Francia, Svezia, Stati Uniti, Italia: Varenne correva e vinceva ovunque.

73 corse disputate sulle piste più importanti del mondo
6M+ euro di premi ma i numeri raccontano soltanto una parte della storia

Alla fine della carriera avrebbe lasciato numeri impressionanti, con 62 vittorie in 73 corse e oltre sei milioni di euro di premi, ma anche questi dati raccontano soltanto una parte della storia.

Il fenomeno Varenne fu molto più grande del suo conto in banca o del numero di Gran Premi conquistati, perché riuscì a restituire centralità popolare a uno sport che raramente aveva avuto un protagonista capace di attraversare con tanta facilità i confini dell’ippica.

Per chi, come me, aveva cominciato a interessarsi a questo mondo proprio grazie a lui, significava scoprire progressivamente tutto ciò che esiste dietro una corsa: il lavoro degli allevatori, la preparazione, gli allenatori, i driver, le genealogie, la tattica, la gestione fisica di un animale straordinario e quella quantità enorme di lavoro invisibile che precede i pochi minuti nei quali tutto viene deciso.

Varenne fu una porta d’ingresso. E forse è proprio per questo che la notizia della sua morte oggi non riguarda soltanto gli appassionati più competenti: riguarda anche tutti quelli che, per qualche anno, accesero la televisione o andarono all’ippodromo semplicemente perché correva lui.

Prima ancora dei record, Varenne aveva fatto qualcosa di più raro: aveva fatto conoscere l’ippica a chi non la conosceva.

Maggio 2025

L’ultima volta ad Agnano, senza sapere che sarebbe stato un addio

La carriera agonistica terminò, ma il rapporto tra Varenne e Napoli non si interruppe. Il Capitano tornò negli anni ad Agnano come ospite e ogni volta la sua presenza riaccendeva inevitabilmente i ricordi di quelle domeniche nelle quali l’ippodromo era pieno per vederlo correre.

Non aveva più bisogno della velocità per essere riconosciuto: bastava vederlo entrare nuovamente in quel luogo perché una parte del pubblico tornasse immediatamente al 2000, al 2001 e al 2002.

L’ultimo ritorno assume oggi un significato particolarmente emozionante. Nel maggio 2025, alla vigilia dei suoi trent’anni e in occasione dei novant’anni dell’Ippodromo di Agnano, Varenne tornò ancora una volta sulla pista napoletana.

La sua presenza era stata fortemente voluta da Enzo Giordano, morto il 2 maggio, appena due giorni prima del Gran Premio. Quella volontà fu comunque rispettata e il 4 maggio il Capitano sfilò ad Agnano, ormai lontanissimo dal cavallo che divorava le piste di tutto il mondo ma ancora perfettamente capace di evocare ciò che era stato.

C’è qualcosa di profondamente circolare in questa storia. Il cavallo che aveva riempito quell’ippodromo all’inizio del nuovo millennio era tornato venticinque anni dopo senza dover correre, senza un cronometro da battere e senza un traguardo da raggiungere.

Era lì soltanto per essere visto e salutato. Per un campione sportivo forse è questa la misura definitiva della grandezza: quando il risultato non serve più, perché la memoria è già sufficiente.

18 agosto 2026

Oggi ho letto che Varenne è morto

Varenne è morto nella notte tra il 17 e il 18 agosto 2026, a 31 anni, nell’allevamento LJ di Eboli, dove viveva dal marzo dell’anno precedente. Secondo quanto comunicato attraverso i suoi canali ufficiali, il veterinario ha accertato un infarto fulminante.

Trentuno anni rappresentano un’età straordinariamente avanzata per un cavallo e Varenne aveva trascorso l’ultima parte della propria vita lontano dalle competizioni, circondato dalle attenzioni che spettavano a un animale che aveva dato moltissimo allo sport italiano.

Eppure stamattina, leggendo la notizia, non ho pensato immediatamente al Varenne anziano. La memoria ha fatto quello che spesso fa quando perdiamo qualcuno o qualcosa che appartiene a una stagione lontana della nostra vita: ha cancellato gli anni trascorsi ed è tornata all’immagine che aveva conservato.

Per me Varenne continua inevitabilmente a essere quello che correva ad Agnano mentre avevo 23 anni, quello che mi fece fermare davanti a uno sport che fino ad allora non avevo davvero conosciuto e che mi spinse a seguirlo proprio perché volevo capire cosa rendesse quel cavallo tanto diverso dagli altri.

Ventisei anni dopo 23 → 50

Sono cambiato io. È cambiata Napoli. Ma quel ricordo è rimasto lì.

Oggi ne ho cinquanta e tra quel ragazzo e l’uomo che sta scrivendo queste righe è passata quasi una vita. Forse è anche per questo che la morte dei campioni della nostra giovinezza produce una sensazione difficile da spiegare: non ci ricorda soltanto che sono invecchiati loro, ma ci costringe per un momento a misurare il tempo trascorso anche su noi stessi.

Varenne apparteneva al mio 2000 e scoprire che non c’è più significa inevitabilmente tornare a quegli anni, alle prime emozioni davanti all’ippica e a una Napoli che, come noi, nel frattempo è cambiata.

La memoria di Agnano

Il Capitano continuerà a correre nella memoria di Agnano

Varenne non era nato a Napoli e Napoli non deve inventargli un’appartenenza che la storia non gli ha dato. Può rivendicare qualcosa di molto più bello: una parte fondamentale della sua leggenda è accaduta qui.

Ad Agnano vinse tre Lotteria consecutivi, riportò nel 2000 un cavallo italiano al successo dopo trentasette anni, attirò decine di migliaia di persone e contribuì a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia dell’ippodromo. Qui tornò anche quando non correva più, fino all’ultima passerella del maggio 2025.

E soprattutto, qui Varenne fece quello che soltanto i grandissimi riescono a fare: emozionò anche chi non apparteneva al suo mondo. Io sono uno di quelli. A 23 anni mi fece scoprire l’ippica e da allora il suo nome è rimasto inevitabilmente legato, nella mia memoria, ad Agnano e a quella prima curiosità diventata passione per uno sport che prima osservavo da lontano.

Un giorno chi non ha vissuto quegli anni potrà guardare le vecchie corse, leggere i risultati e scoprire che Varenne vinse in Francia, in Svezia, negli Stati Uniti e nei più importanti ippodromi italiani. Potrà studiarne i record e comprendere razionalmente perché venga considerato uno dei più grandi trottatori della storia.

Ma per capire davvero che cosa rappresentasse bisognerà ascoltare anche chi c’era, perché esistono fenomeni sportivi che i numeri certificano ma che soltanto la memoria collettiva riesce a spiegare.

Io quella memoria la conservo da quando avevo 23 anni. Oggi, a cinquant’anni, leggendo che il Capitano non c’è più, mi resta soprattutto la gratitudine per aver vissuto gli anni in cui un cavallo riuscì a far innamorare dell’ippica anche chi l’ippica non la conosceva ancora.

Addio al Capitano

Addio, Varenne.

Napoli non era la città in cui sei nato, ma Agnano sarà per sempre uno dei luoghi in cui sei diventato leggenda.

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